L’archeologo che racconta quei “luoghi silenziosi”

Un libro firmato da Denis Francisci alla scoperta dei cimiteri romani della regione Nuovi scenari grazie alla mappatura della viabilità tra luoghi dei vivi e dei morti

di Fiorenzo Degasperi

Potrebbe sembrare “macabro” l’ amore che l’archeologo anaune Denis Francisci porta per i “luoghi silenziosi”, ovvero i cimiteri. Invece, da buon ricercatore, sa che il cimitero è una realtà viva e vitale. È un non luogo per eccellenza, un territorio “oltre”, che però contiene una potenzialità incredibile: quella di farci capire la storia del nostro passato.

E così Denis Francisci ha mappato tutti i cimiteri del Trentino Alto Adige – in archeologia chiamati “evidenze funerarie” – seguendo una semplice logica: le sepolture sono indicatori di un popolamento. Analizzando corredi, riti e strutture si svelano gli insediamenti, il sistema viario e le divisione agrarie.

L’ autore ci fa rivivere la nostra terra, ci fa capire che il modo romano di trattare “quelli che dormono nel paese della polvere”, per usare un’ espressione ebraica, apre uno spiraglio sulle dinamiche del popolamento, sui limites e sugli dèi che quelle genti frequentavano. Perché nel mondo romano la relazione spaziale tra luogo di sepoltura e abitato era regolata da due principi apparentemente contradditori: da un lato la netta separazione tra spazio dei viventi e spazio degli estinti, dall’altro il necessario collegamento tra residenza dei vivi e mondo dei morti.

La posizione della sepoltura quindi deve essere distante dalla residenza dei vivi, ma a essa prossima. La distanza prossima, come dice la lex Ursonensis, stabilisce in 500 passi (circa 740 m) la distanza dell’ustrina dalla città. Il nostro archeologo, mappando i cimiteri romani del Trentino Alto Adige tra il I e il III secolo d.C., calcola anche le aree abitate (le ville), il numero di abitanti, la viabilità minore e quella maggiore e i sistemi di popolamento. E poi ci fa entrare nel magico mondo del dio Terminus, ovvero dei confini, perché le tombe sono sempre collocate lungo i cardini e i decumani e lungo i limiti interni, allo scopo di segnalare la presenza dei confini e di preservarne la stabilità contro indebiti spostamenti o alterazioni in ragione del rispetto e della sacralità di cui il monumento funerario godeva.

E sono molte le leggende che fino a pochi anni fa aleggiavano sulle terre alte che vedevano le errabonde anime inquiete non aver mai pace perché avevano spostato qualche “termine”.

Quattrocentodieci pagine, innumerevoli fotografie e mappe per raccontare il passato della val di Non (Anaunia), della val di Sole, del basso Sarca e dell’Oltradige, e per far emergere una rete viaria talmente fitta da farci rimanere allibiti. Sentieri di montagna, passi, mulattiere, “traversare”, ponti, torri d’avvistamento e torri di comunicazione univano i lembi nonesi con il Burgraviato e la piana dell’Adige atesina da una parte e la val di Sole dall’altra con la vicina val Camonica.

fermare la viabilità romana, sottostando alla classica legge della “velocità” in sicurezza.

Il libro di Denis Francisci, dall’emblematico titolo di “Locus Sepulturae”, pubblicato dall’Università degli Studi di Padova nella serie dell’Antenor Quaderni (n 41, Edizioni Quasar, Roma, 2017, € 60), vuol anche essere un valido esempio di utilizzo di uno strumento topologico, quello dei siti sepolcrali, per comprendere la distribuzione e la tipologia degli abitanti, con un’inedita e modernissima concezione dell’utilizzo dei dati documentali.

L’autore ci conduce per mano in luoghi diventati famosi – Elvas, Stufles, Villandro, Egna, S. Lorenzo di Sebato, Doss Zelor in val di Fiemme, le centuriazioni del basso Sarca, ecc. – facendo emerge, al di là dei dati, la ricchezza di un passato che troppe volte dimentichiamo.

Per questo nel libro si parla di Locus sepulturae e non solo di tombe.

D’altra parte, per dirla con Giuseppe Marcenaro (Cimiteri, storie di rimpianti e di follie), il cimitero è un affare che riguarda sempre e soltanto chi non vi è ancora andato a finire.

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