Prodi e il futuro dell’Europa: «Stiamo uniti o siamo finiti»

L’analisi senza sconti dell’ex- della Commissione Ue, ieri in Trentino «La Germania non si rende conto delle responsabilità che ha verso gli altri Paesi»

TRENTO. «O stiamo uniti in Europa o siamo finiti, di fronte a Cina e Usa scompariremo». È un’analisi senza sconti quella che Romano Prodi ha proposto ieri nella sua lectio agli studenti della Fondazione Mach. L’ex presidente del Consiglio e della Commissione Ue parla di crisi economica, immigrazione, Cina e prospettive di un’Unione fiaccata da nazionalismi e divisioni. Bastona la Germania: «Non si rende conto della responsabilità che ha, la politica di austerità ha sacrificato gli altri Paesi». Ma non risparmia nemmeno gli altri leader europei, «che guardano alle elezioni del mese dopo».

Referendum? Non parlo. Su un punto l’ex leader dell’Ulivo è irremovibile: non dice oggi, né dirà domani, come voterà al referendum costituzionale. «Neanche morto», risponde a uno studente che vorrebbe sapere. «C’è un tempo per tutto», risponde ai cronisti. E sulle eventuali conseguenze del voto per Italia ed Europa: «Bisogna considerare il referendum per quello che è, un referendum. Punto».

L’Europa, la pace. Prodi pesca nei suoi tanti aneddoti per spiegare ai ragazzi che l’Europa, e la moneta unica, non sono solo un fatto economico: «Helmut Kohl, un omone che era il cancelliere tedesco - racconta - ai colloqui ci diceva: io voglio l’euro perché mio fratello è morto in guerra. Non voglio un’Europa tedesca, ma una Germania europea». «L’Europa - scandisce Prodi - ha garantito tre generazioni di pace. Voi la date per scontata, ma non è così, la guerra dei Balcani ce lo ricorda».

I leader e la solidarietà. La distinzione, per Prodi, è tra «i leader che avevano imparato dalla guerra» e quelli di oggi «che guardano alle elezioni del mese dopo, all’oggi e non al domani». «È venuta meno la solidarietà, ogni Paese si è rinchiuso. C’è un unico direttore d’orchestra, la Germania. Bisogna che qualche leader tedesco capisca le sue responsabilità, essere leader vuol dire rendersi conti dei problemi di tutti».

Gli errori dell’austerità.

«Gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi provocata dalle banche americane immettendo nell’economia 800 miliardi di dollari, la Cina ne ha messi 580. L’Europa invece non ha deciso, è rimasta in mezzo al guado, ma la politica di austerità ha sacrificato gli altri Paesi e ridotto il livello di sviluppo».

Immigrati. A dilaniare ancor più un’Europa già indebolita dalla crisi - ripercorre Prodi - c’è stato lo choc di un’immigrazione scatenata «dalla follia delle guerre di Libia e Siria» e che oggi «fa paura». «Badate bene - avverte - l’ Europa sempre più vecchia e che fa pochi figli ha molto bisogno di immigrati, soprattutto Germania, Italia e Spagna». Ma all’ultimo vertice di Bratislava, ammette l’ex presidente, «si è discusso solo del flusso di migranti dalla Turchia, che è superato. Nulla dei migranti che arrivano in Italia dalla Libia».

Europa a due velocità. Immigrazione, sviluppo, energia, politica estera. «Serve più Europa», incalza Prodi, che nel futuro vede un’ Europa a due velocità: il nucleo dei Paesi euro e un «anello di Paesi amici, fino alla Bielorussia e al Marocco, che senza essere parte delle istituzioni Ue avranno con noi buoni rapporti commerciali e culturali». «Da soli non si salva nessuno. Le nuove caravelle sono Google, Apple, Ebay, Alibaba. Fateci caso, neanche una è europea».

Ricerca e spinta pubblica.

«I giovani vanno dove c’ è futuro e se ogni anno 100 mila ragazzi specializzati dall’Italia vanno in Europa significa che anche nelle divisioni, il futuro è in questa imperfetta Europa». «In Trentino - osserva Prodi - l’università e gli istituti hanno dalla struttura pubblica risorse maggiori che in altri posti, che mi sembra vengano spese piuttosto bene. È difficile fare innovazione senza una spinta pubblica, pensiamo alla Fraunhofer in Germania». Agli studenti della Fem raccomanda: «Dialetto sì, ma anche inglese. Cinesi e indiani lo parlano».

Trump. Lo sguardo vola Oltreoceano. «Donald Trump è un leader europeo, ha gli stessi obiettivi di Le Pen e Grillo: chiusura ai migranti, fine della globalizzazione. In più ci aggiunge un po’ di americanate. Io mi auguro che non vinca, ma questa marea montante - avverte - deriva dal modo in cui è stata gestita la globalizzazione. Che ha fatto uscire dalla povertà due miliardi di persone, ma ha aumentato le differenze tra ricchi e poveri e ha rallentato l’ ascensore sociale. Tutti quelli che si sentivano identificati nella società non lo sono più: non è un fatto di poco conto che gli operai del Michigan votino per Trump e gli uomini di Wall Street no».

Autonomie regionali. Possono essere le autonomie una delle strade per rilanciare l’integrazione europea? «No», risponde senza tentennamenti, «ci sono cose che vanno fatte vicino ai cittadini, ma ci sono sfide globali e politiche (energetiche, del turismo, della ricerca) che non possono essere gestite localmente. Anni fa trovai in un grande aeroporto extraeuropeo il

cartello Visit Metaponto. E dopo?». Nel pomeriggio Prodi ha fatto tappa a Pergine, invitato dalla Cassa Rurale Alta Valsugana e intervistato dall’economista e amico Michele Andreaus: teatro pieno per una lezione dal titolo “Il mondo rallenta: esiste un piano B?”.

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