Quella “linea dei ratti” che ancora è un tabù

Padre Gamberoni: «Allora nessuna domanda, erano solo persone in difficoltà» Il teologo Lintner: «Posizione inaccettabile». La Comunità ebraica: «Ipocriti»

di Mauro Fattor

Rattenlinie, letteralmente linea dei ratti, è un termine del glossario marinaresco che indica il piolo di corda che, collegato alle sartie, permette la salita fino alla cima degli alberi dei velieri e che indicherebbe, nel mondo anglosassone, l'ultimo rifugio sicuro dei ratti durante un naufragio prima di essere inghiottiti dalle acque. Partendo da questa immagine, molto evocativa, i servizi segreti americani utilizzarono il termine “ratline” per riferirsi al reticolo di vie di fuga dalla Germania prima e dall'Europa poi, di cui si servirono al termine della Seconda guerra mondiale i criminali nazisti grandi e piccoli, mescolandosi alle centinaia di migliaia di persone che si misero in movimento alla fine del conflitto: prigionieri di guerra, lavoratori coatti, militari, internati dei campi di concentramento, sopravvissuti. Una marea umana di disperati in marcia per l’Europa. Le rotte dei nazisti avevano spesso come approdo finale il Sudamerica, ma anche gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Canada e il Medio Oriente. E l’Alto Adige era uno snodo fondamentale delle “linee dei ratti”. Non solo per questioni geografiche, essendo collocato sulla direttrice nord-sud del Brennero, ma anche per la rete di supporto logistico, connivenza e omertà che i nazisti trovavano in loco. Un capitolo alquanto spinoso della storia sudtirolese.

“Die Rattenlinie - Nazis Auf Der Flucht Durch Südtirol” (letteralmente “La linea dei ratti: nazisti in fuga attraverso l'Alto Adige”) è anche il titolo di un interessante documentario della regista sudtirolese Karin Duregger, presentato il 24 aprile scorso nell'ambito di Bolzano Cinema, che cerca esattamente di capire come funzionava la “volante bruna”. Nel filmato la figura principale, in qualità di testimone dei fatti, è quella di un sacerdote bolzanino, Johann Gamberoni, 94 anni, biblista e storico della Chiesa. Lui stesso - per sua ammissione - attivamente impegnato in quegli anni, seppur occasionalmente, ad aiutare quanti tentavano da nord di attraversare il confine per dirigersi poi verso Roma o verso i porti italiani. Johann Gamberoni non è uno qualunque: dal 1962 al 1982 è stato vicepresidente della casa editrice Athesia e dal 1983 al 2003 ne è stato presidente. Lo scorso 18 giugno, pochi giorni fa quindi, a Bressanone, presenti l'attuale presidente dell'Athesia Michl Ebner e persino il vescovo Ivo Muser, Gamberoni ha presentato il suo libro si memorie (naturalmente edito da Athesia) dal titolo “Das Jahrhundert eines Priesters”, ovvero “Il secolo di un sacerdote”. Chi si aspettava qualche accenno, qualche spiegazione, magari qualche dubbio, riguardo a quegli anni e a quegli episodi controversi però resterà deluso. Neanche una parola. Silenzio su tutta la linea. Eppure il documentario di Karin Duregger lasciava aperte molte domande. Soprattutto sulla linea adottata da Gamberoni, grosso modo riassumibile in quattro punti. Primo: nazisti o non nazisti, non so chi ho aiutato e non mi interessa. Secondo: per me erano solo delle persone in difficoltà e la mia era una testimonianza di fede. Terzo: ho agito per puro spirito umanitario. Quarto: non è compito mio ergermi a giudice. Una linea “difensiva” contestata in toto dal teologo Martin Lintner, docente di Teologia Morale allo Studio Teologico di Bressanone, e quindi il sacerdote che ha preso il posto di Karl Golser.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 1949 Gamberoni ricopriva l'incarico di cooperatore nella parrocchia di Vipiteno, lo snodo principale della “Rattenlinie” che trovò nelle strutture gestite dalla chiesa sudtirolese una sponda importante. Tutto questo oggi è storia acclarata grazie al minuzioso lavoro fatto dallo storico austriaco Gerald Steinacher, che dopo aver lavorato all'Archivio storico altoatesino e all’università di Innsbruck, insegna oggi a Washington. Steinacher nel 2008 ha pubblicato un libro formidabile: “Nazi auf der Flucht”, tradotto in italiano con “La via segreta dei nazisti” ed edito da Rizzoli, in cui se proprio non c'è tutto, poco di manca. «Se inizialmente la rete di complicità su cui i nazisti poterono contare fu decisamente improvvisata, in un secondo momento - spiega Steinacher, non mancò l’aiuto di istituzioni private e religiose, singoli individui, stati: dai circoli delle SS a esponenti della Chiesa cattolica, dal governo argentino alla Croce rossa internazionale. Anche i servizi segreti americani fecero la loro parte, soprattutto dal 1947, con l’alibi di reclutare persone di chiara fede anticomunista». Per quel che concerne la Chiesa, lo storico sottolinea come spesso agli occhi di alcuni prelati, per lo più antisemiti, le SS fossero principalmente dei «sinceri avversari del comunismo», anche se «pecorelle smarrite», in quanto cristiani evangelici, da riportare quindi all’ovile con la celebrazione di un «secondo battesimo», atto in realtà non proprio conforme al diritto ecclesiastico e dunque da concedersi con qualche escamotage. In tali pratiche si distinsero il vescovo di Bressanone Johannes Geisler e, soprattutto, il suo influentissimo vicario generale, il cortinese Alois Pompanin. Pompanin, nato nel capoluogo ampezzano nel 1889, dopo aver compiuto i suoi studi al liceo Vinzentinum di Bressanone e presso i francescani a Bolzano, prese i voti durante la Grande Guerra. Riteneva che la Chiesa sudtirolese dovesse seguire un indirizzo tedesco-nazionale, assumendo conseguentemente un orientamento favorevole alla Germania hitleriana. A lui, dopo la guerra, si rivolsero numerosi nazisti di fede protestante per chiedere di essere «ribattezzati» con rito cristiano cattolico per garantirsi così la salvezza. Tra essi Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, che venne «ribattezzato» dal parroco di Vipiteno Johann Corradini il 13 settembre 1948 su disposizione formale proprio del vescovo di Bressanone Geisler. Si legge nel registro battesimale: «Con riguardo all’accoglimento nella Chiesa cattolica del signor Priebke Erich, lo stesso viene battezzato per una seconda volta dal parroco Johann Corradini sub conditione». In realtà l’intera operazione era stata promossa da Pompanin, grande amico di Corradini, che aveva speso i propri buoni uffici allo stesso modo anche in favore di Adolf Eichmann, «l’architetto dell’Olocausto», e persino della famiglia dell’onnipotente segretario di Hitler Martin Bormann, poi approdata a Merano. Questo dunque era il contesto vipitenese degli anni di quel lungo Dopoguerra, quando Gamberoni approdò a Vipiteno. Ma che cosa contesta il teologo Lintner al 94enne sacerdote bolzanino? «Indipendentemente da chi abbia effettivamente aiutato, le sue argomentazioni sono semplicemente insostenibili - spiega il docente di Teologia Morale - Un slancio umanitario e una testimonianza di fede che non si confrontano con la realtà oggettiva del male, dei crimini contro l'umanità commessi dai nazisti, sono una contraddizione in termini. In quegli anni l’orrore accaduto nei lager era ormai di dominio pubblico, dunque sottrarsi alla domanda sull’identità di coloro che si volevano aiutare, è un non-senso. In questo modo poi si dimenticano totalmente le vittime. Da questo punto di vista, la posizione di Gamberoni, la posizione di chi chiude gli occhi e non si interroga, è il contrario di ciò che vorrebbe essere, è una anti-testimonianza di fede». C'è poi anche un aspetto “civile”che Lintner tiene a sottolineare: «Anche dal punto di vista dell'etica pubblica e sociale - continua il teologo - si tratta di una posizione sbagliata. La società del Dopoguerra, l’Europa, dopo gli anni delle dittature avevano bisogno di ritrovare coesione attorno ai principi democratici, alla certezza del diritto e alla certezza della pena per quanti si erano macchiati di crimini durante il conflitto. Essere selettivi era un dovere». Sulla stessa linea del teologo brissinese anche la Comunità Ebraica altoatesina. «La pochezza argomentativa delle posizioni espresse da Gamberoni - afferma la presidente Elisabetta Rossi Innerhofer - è disarmante, trovo che sia una forma

di ipocrisia inaccettabile. E lo è doppiamente trattandosi di un uomo di cultura. Spero che la chiesa altoatesina sappia guardare a queste pagine del proprio passato con la capacità di fare autocritica. Fino ad oggi se ne è parlato davvero troppo poco. Serve più coraggio, molto più coraggio».

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