Dottore, come mi proteggo? Giorgio Conforti tra karate e tecniche di difesa personale

    di Gianni Dalla Costa BOLZANO. Avvertimento d'obbligo: se lo incontrate, non siate troppo curiosi. Soprattutto, non chiedetegli dimostrazioni pratiche. Con un dito può farvi svenire, con due vi mette a sedere, con i gomiti può spezzare i polsi. E, udite udite, senza metterci forza. Se a Bolzano il karate ha volto, anima, competenza e passione, questi sono racchiusi nell'imponente figura di Giorgio Conforti. Difficile trovarlo senza un indumento bianco addosso: camice da medico di giorno, kimono da maestro karateka la sera.

    La conoscenza del corpo umano e le arti marziali: le sue due grandi passioni. La prima l'ha portato a diventare specialista in chirurgia d'urgenza all'ospedale San Maurizio; con l'altra, è diventato Maestro. Con la "M" maiuscola, cintura nera 6º Dan, una sorta di eccellenza nelle gerarchie della disciplina. Un attestato che, sottolinea, «viene dalla federazione Fijlkam-Coni». Perchè questa precisazione?

    «Perchè in giro ci sono molti dilettanti con una cintura sui fianchi. Basta formare una società e iscriversi a un ente di propaganda e via con campionati regionali, triveneti e nazionali. Ma solo l'affiliazione al Coni garantisce qualità, aggiornamenti, continui corsi di specializzazione. Sotto la cintura nera il karate lo impari, solo sopra lo puoi fare».

    E sui fianchi, oggi extra large, del 61enne medico bolzanino quella striscia di stoffa colorata che certifica la qualità ci sta tutta. È il frutto di una passione iniziata ancora in età scolare, culminata in numerosi attestati e titoli italiani. «Beh, diciamo che negli anni d'oro dell'agonismo pesavo 86 chili, oggi più di 100. Non tiro più 130-140 calci al minuto, ma me la cavo ugualmente. E agli agonisti del mio centro riesco ancora a trasmettere qualcosa, visti i risultati che ottengono».

    Una disciplina che ogni genitore dovrebbe avvicinare ai propri figli? «Dai 5 anni in su la consiglio. Migliora le capacità coordinative, lo sviluppo è a 360 gradi e non monolaterale, aumenta la concentrazione e l'autostima. Una ragazzina delle elementari con problemi di timidezza è radicalmente cambiata in pochi mesi, con evidenti progressi anche in ambito scolastico. Inoltre, in questo sono in una botte di ferro: ai più piccoli ci pensa mia moglie Maria Stefania che tra l'altro è pure selezionatore regionale. Segue i ragazzini nel kata, la forma: a 5-6 anni lo spazio per l'addestramento è ridotto, serve il gioco».

    E i bambini arrivano? «Il mio centro oggi conta 129 iscritti, i piccoli sono oltre 100. Sa qual è la soddsfazione più bella? Vedere che un mio atleta si ricorda di me a distanza di anni, e che magari al suo posto ora c'è il figlio. Sono arrivato addirittura alla terza generazione. Del resto, ho chiuso con l'agonismo nel 1979 ma è dal 1976 che insegno a Bolzano».

    Nelle arti marziali nulla è casuale. Nemmeno le denominazioni: perchè Centro Studi Arti Marziali Ju Dojo? «Posso partire dalla fine? Lo Ju Dojo è simboleggiato da una colomba col pugno: significa che la pace va imposta, non subita. Centro Studi? Perchè il mio personalissimo sistema di difesa personale, il Finale Combat Ju Dojo, è il frutto di una sintesi prima ponderata e poi elaborata di più elementi di varie discipline».

    L'essere medico quanto l'ha aiutata? «Diciamo che conosco i punti di leva e di dolore. In un sistema di difesa personale è fondamentale». Si diventa invincibili? «Diciamo che si può stare un po' più sicuri. Specie le donne. Anche perchè la forza non serve. Prendete una donna palpeggiata ai seni: dita negli occhi o calcio ai genitali sono la reazione più comune. Invece basta assecondare il molestatore e con i gomiti gli si fanno partire i polsi. E si può far volare un uomo di 100 chili sfruttando solo la sua forza. O stordirlo con due dita che premono sotto il naso». Quanto ci vuole per imparare a difendersi?

    «Il primo livello lo si raggiunge in circa 3 mesi. Io di livelli ne ho previsti 6. Ma già dal secondo si impara a "utilizzare" il molestatore come arma a proprio vantaggio». C'è voglia di sicurezza personale? «Mah, io al momento i corsi li tengo solo per i miei iscritti. Anche per quegli agonisti che vogliono un'ulteriore specializzazione».

    Dottor Conforti, ma fuori dal tatami le è mai capitato di difendersi? «Guardi, non ne vado fiero ma è successo. Ero ancora studente di medicina a Padova. Classica scena di bullismo, in tre contro di me. Ci provò solo uno, gli altri capirono subito che non era il caso. In un altro paio di circostanze bastarono sguardo e posizione. Vede, quando parlo di sicurezza che aumenta intendo questo». Con sua moglie un amore nato sul tatami? «No, ma la passione per il Karate Wado Ryu ha avuto un ruolo importante dal 1980, anno in cui ci siamo sposati, in poi. Anche all'interno del nostro centro, come in famiglia, c'è la divisione dei compiti: lei è più talent scout, adocchia subito il bambino con più potenzialità. Eppoi, negli anni dell'agonismo, ci siamo completati a vicenda».

    Combatteva in casa con sua moglie? «Guardi, eravamo fatti uno per l'altra. Io ideale come avversario per via della mole, lei perfetta per allenarmi contro un veloce. Mi viene ancora da ridere: una volta al mare per un colpo allo stomaco l'ho fatta volare al di là di una tenda canadese alta quasi 2 metri». Lei è sportivo a tutto campo: la vediamo spesso in ambulanza a fare assistenza in varie manifestazioni. «Piano, piano, non a tutte. Il mio concetto è che l'atleta va curato. Quindi, non mi vedrete mai nel football, nel body building, nel ciclismo: troppa cultura del farmaci.
    12 febbraio 2012

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