di Luca Fregona
A sinistra il fratello Ernesto Sfondrini Qui sopra la chiesa dei Tre Santi gremita e il feretro di Giuseppe Sfondrini, a destra il gonfalone del Comune di Bolzano listato a lutto e scortato dai vigili urbani. Sotto il titolo il fratello Ernesto con i nipoti di Giuseppe Sfondrini e il sindaco Spagnolli con il vicesindaco Klaus Ladinser, Spagnolli ha tracciato il profilo politico e istituzionale del leader socialista (Fotoservizio ErreVi)
BOLZANO. «Mio fratello aveva Bolzano nelle vene, questa città gli scorreva dentro come il sangue». Ernesto Sfondrini affonda nel paltò nero. Si aggrappa ai figli Domenico e Remo. Si appoggia ai banchi della chiesa. Si siede accanto al feretro di Beppino. Tre Santi è piena. La bara con la foto. Il gonfalone listato a lutto del Comune, le corone dei "compagni di Laives". I fiori della famiglia... Tutti abbracciano Ernesto. «Mi mancherà», sussurra. Pranzavano insieme tutte le domeniche, lui e Beppino. Un legame strettissimo, cementato dalla lotta anti-fascista. Giovanissimi, dopo l'8 settembre, tornano in Lomellina, la terra dei genitori, quella del "Quarto stato" di Volpedo, il quadro tanto amato da Giuseppe. Entrano nelle formazioni partigiane. «Insieme siamo scappati ai tedeschi - ricorda Ernesto -. Insieme abbiamo combattuto. Insieme siamo sopravvissuti. E insieme siamo tornati a Bolzano». Il dopoguerra, una città da ricostruire, la comunità italiana in cerca di una nuova identità, di un "posto" in Alto Adige. Ernesto guarda la bara e la foto di Giuseppe. Un capitolo che si chiude. In chiesa non c'è la moglie di Giuseppe, Armida, bloccata a letto da molti mesi. «Da quando lei ha iniziato a stare male - dicono gli amici - è come se Beppino avesse spento la luce. Ha scelto lui quando andarsene. Ha fatto clic». La chiesa è colma: vecchi compagni socialisti, consiglieri comunali di destra e di sinistra, tutta la giunta. Maria Teresa Tomada (Pdl) ha gli occhi rossi. L'ex sindaco Salghetti se ne sta rinchiuso nel loden in terza fila. Ci sono ex assessori provinciali come Otto Saurer. Gli ultimi esponenti di una classe politica che non c'è più, come Giorgio Pasquali. C'è Barbara Repetto che lavorò con lui a lungo all'assessorato all'industria. C'è il sindacato: Serafini, Sola, Troger. Ci sono i socialisti doc (Michieli, Pagani, Bertinazzo), e l'ex Franco Gaggia. C'è mezzo Pd (tra gli altri, Tommasini, Bizzo, Bassetti, Bonagura, De Pascalis). Ladinser porta le condoglianze della Svp. Il parroco don Jimmy Baldo ha il compito tutt'altro che facile di celebrare un funerale religioso ad un laico orgoglioso. E lo fa benissimo. Trova le parole giuste. Cita Paolo VI, e la "missione" della politica: «La più alta forma di carità». Richiama la giustizia, l'onestà, la rettitudine. Valori cristiani ma anche molto laici. Universali. Don Jimmy non svicola davanti al "mistero" della morte. Niente retorica consolatoria: «Non siamo dei, non siamo onnipotenti. Ma l'eucarestia significa memoria. E noi abbiamo il dovere di ricordare persone così». La cerimonia procede sobria. Mauro Randi legge un passo dal libro della Sapienza: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio». Giovanna Rullo, per molti anni segretaria del consiglio comunale, che Beppino ha conosciuto molto bene, legge San Paolo. Il ricordo laico viene lasciato a Stefano Pagani e al sindaco. Pagani parla per i socialisti. Parla al compagno. «Hai sempre avuto a cuore le persone più deboli, le famiglie, i posti di lavoro. Non hai mai tradito i tuoi ideali». Spagnolli è commosso: «Difficile trovare le parole per salutarti. Per 60 anni ci hai insegnato che con gli steccati non si costruisce nulla». Il ricordo del sindaco si fa affettuoso. «Durante le sedute lunghe in consiglio, Beppino faceva il sudoku. "Così alleno la mente", diceva. E così, reattivo, dinamico, è stato fino all'ultimo». Prima della comunione, don Jimmy chiede di recitare a voce alta il "Padre nostro". È un appello vigoroso. Quasi un ordine. «La preghiera più socialista che c'è», sussurra un vecchio compagno di Beppino con le lacrime agli occhi. Dacci oggi il nostro pane quotidiano... Rimetti a noi nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori... Non ci indurre in tentazione, liberaci dal male. Don Jimmy scandisce la preghiera. «Pace e lavoro, giustizia sociale, amore per il prossimo - continua il vecchio socialista - gli ideali che ci hanno condotto tutta la vita». Quanto soffrì Beppino quando "socialista" divenne sinonimo di "ladro". «E come s'arrabbiava, lui perbene, di sinistra fino in fondo. Non sopportava le battute, le facili ironie». Uno shock, il partito distrutto dopo il craxismo... L'incenso, l'eterno riposo, il segno della croce: don Jimmy congeda Beppino dalla terra. Cala il silenzio, non si consuma il rito abusato dell'applauso. Beppino non l'avrebbe voluto. Gli amici si fermano ancora un po'. C'è il suo medico e amico fraterno, Mino Silvestri, che gli è stato accanto fino alla fine. Beppino negli ultimi mesi si muoveva a fatica. L'estate scorsa era stato male, e non si era più ripreso. Lui che si vantava di non aver mai avuto neanche un raffreddore, ha iniziato ad entrare e uscire dall'ospedale. E siccome non gli andava di restare legato al letto, appena poteva firmava la liberatoria e se ne tornava a casa, in via Cadorna. «Lucidissimo - racconta Alessandro Bertinazzo - voleva parlare sempre di politica». Spagnolli sintetizza l'eredità di Sfondrini: «Non amava le scorciatoie. Faceva politica ai massimi livelli. Voleva unire gli italiani, cercava soluzioni. Rifiutava il nazionalismo. Aveva scelto la strada più difficile». Sospira, Spagnolli: «Oggi siamo così frammentati, così divisi, con lui se na va l'ultimo grande vecchio della politica italiana del dopoguerra». Quando morì Pietro Mitolo, suo avversario di sempre, «un fascista», Beppino ci rimase male. «In quel momento capì di essere rimasto solo lui».
03 febbraio 2012