«Delta Blues»: il collettivo Kai Zen rilegge Conrad

    di Andrea Montali Si intitola «Delta Blues» il nuovo romanzo di Kai Zen, collettivo di narratori nato nel 2003. Il gruppo è composto da Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani; i primi due sono nati e cresciuti a Bolzano. Il romanzo - pubblicato dalle Edizioni Ambiente - è un eco-thriller ambientato sul Delta del Niger e nella foresta. Jadel Andreetto vive fra Bologna e Buenos Aires. Al momento di questa intervista si trovava in Argentina, dopo una serie di conferenze in alcune università statunitensi (New York, Boston, Toronto).  All'inizio del libro scrivete che «Delta blues» è una cover; alla fine, riportate la bibliografia e le fonti da cui avete attinto: avete «coverizzato» un testo di narrativa, un'opera illustrata, o un reportage?  «Delta Blues» è la cover di «Cuore di tenebra» di Joseph Conrad, rivisitato secondo il nostro stile e il nostro punto di vista. Quando ci è stato proposto di lavorare a un romanzo Verdenero e abbiamo pensato di rivolgere l'attenzione agli scempi ambientali delle compagnie petrolifere in Africa, ci è venuto naturale pensare a simili interventi come alle conseguenze deteriori del neocolonialismo. Da lì il pensiero è andato al colonialismo e all'opera più importante in materia che è senz'altro «Cuore di tenebra». «Apocalypse Now» poi, che a sua volta è una cover di quel classico, ovviamente è presente nelle nostre pagine. E, anche se è per lo più ispirato alle memorie di Gaspar de Carvajal, c'è anche l'influenza sotterranea di «Aguirre, furore di Dio» di Werner Herzog.  Da dove nasce il titolo «Delta blues»?  Il Delta Blues è il blues dei primordi, quello dei primi del '900, quello di Robert Johnson che fa il patto con il diavolo al crocicchio, ed è anche una forma di colonialismo al contrario. La musica africana che colonializza i ritmi irlandesi e scozzesi, gli imbastardimenti tra suoni del Nordeuropa e quelli creoli e dà vita al blues, con la sua cadenza triste, ma anche rabbiosa adatta perfettamente a narrare il fluire del fiume. Abbiamo semplicemente riportato in Africa questo suono che lì è nato e che in Occidente ha trovato la chiave deil suo dolore, la sesta nota della pentatonica, il Krol, la «blue note». Quella aggiunta clandestinamente. Scegliere un titolo del genere ha condizionato il racconto, ha modificato l'intreccio costringendoci quasi a inserire il blues per davvero. È un'allegoria di un'Africa non più attuale, che ha fatto il patto con il diavolo e che ha pagato con l'anima un conto troppo salato. L'Africa di oggi invece è un'Africa su cui l'Occidente ha smesso di esercitare un'influenza morale.  Come avete lavorato alla stesura del testo?  Ogni romanzo di Kai Zen ha bisogno di una configurazione diversa. Questo in particolare è stato pensato in quattro, scritto in due ed editato in tre.  Come vive il suo essere scrittore, oggi, rispetto ai temi dell'etica, della morale e della politica?  Le storie, le narrazioni, sono un'arma potente in grado di entrare in circolo e diffondersi come un contagio. Si può scegliere come usare quell'arma: puoi limitarti a scriverti addosso e disinnescarla oppure sfidare lo Zeitgesit per raccontarlo e creare così anticorpi che facciano da scudo verso le storie infette quotidiane. Non sono forse narrazioni la pubblicità, il gossip o gli interventi dei politici e tutte le informazioni che ci bombardano senza darci il tempo di sviluppare un dubbio o una critica?  

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    12 gennaio 2011

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