il caso

La disperazione del papà di Adan: «Una cieca burocrazia crudele come le bombe»

Il tredicenne profugo disabile morto a Bolzano dopo essere stato lasciato in strada. La famiglia ora è ospite a Firmian a casa di rifugiati curdi: «Le istituzioni ci hanno detto che serviva tempo, ma noi eravamo senza un tetto»

BOLZANO. Serve tempo. Serve tempo per valutare le condizioni del bimbo, serve tempo per realizzare una cartella clinica, serve tempo per ottenere una sedia rotelle che risponda alle sue problematiche, serve tempo per trovare un alloggio provvisorio.

Serve tempo. Quasi un mantra, quello su cui è stato costruito il muro della burocrazia e dell’insensibilità contro il quale si sono sbriciolate le richieste di aiuto la famiglia di Micael Deyman Safa, quarantenne curdo di Kirkuk padre di un bambino 6 anni, di uno di 10, di uno di 12 e di Hussein Abdullah, il tredicenne affetto da distrofia muscolare morto sabato 7 ottobre, dopo aver inutilmente chiesto aiuto alle istituzioni e aver trascorso anche notti all’addiaccio.

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La morte del piccolo, però, è solo l’ultima di una lunga serie di tragedie abbattutesi sulla famiglia curda che fino al 2015 abitava a Kirkuk. Lì, proprio in quell’anno, Micael Deyman e la moglie Diman avevano perso una figlia di 7 anni, uccisa da una delle migliaia di bombe che l’Isis aveva riversato sulla città. Anche Hussein Abdullah, già malato, era stato ferito in un bombardamento. Da qui, la decisione di fuggire, di lasciare la propria patria e di cercare la serenità altrove.

La famiglia arriva in Svezia e lì chiede subito protezione internazionale. S’illudono che il peggio sia passato, ma si sbagliano: a settembre il governo svedese comunica che la richiesta è stata respinta. O se ne vanno o verranno rimpatriati in Iraq. Micael prende moglie e figli, attraversa la Germania e l’Austria senza che nessuno gli chieda un documento e il primo ottobre arriva a Bolzano. Il resto è stato scritto.

Ora la famiglia, affiancata solo dai volontari dell’associazione Sos Bozen e piegata da questa ennesima durissima prova, è ospite di Hamadmaruf Feysel, presidente dell’associazione curda Diaco. Mamma Diman siede sul divano, piegata dal dolore, vicino a lei alcuni amici che cercano di sostenerla. Parla il papà e lo fa attraverso Hamadmaruf e sua figlia Viyan.

Mostra le foto del suo bimbo: momenti “felici” con i fratelli (anche loro con problemi di salute), una foto scattata durante la fuga dall’Irak, quando Micael ha portato a spalle il suo piccolo. Abdullah non c’è più, ma nell’appartamento nel quartiere Firmian gremito di persone non si respirano odio o rabbia. È arrivata la notizia che ora le istituzioni hanno trovato una struttura in cui ospitare la famiglia. Suona quasi come una beffa. «Credo – spiega Hamadmaruf – che quanto accaduto fosse scritto nel destino e non possiamo tornare indietro. Adesso, però, possiamo fare in modo che questa famiglia trovi la serenità e possa vivere finalmente tranquilla, serena e con dignità. Qui a Bolzano, vicino al loro bimbo, per il quale stiamo organizzando un funerale».

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