Il liceo al Carducci, la laurea, poi l’impegno coi disabili a Londra e volontario in Kenya

La storia - Dal Pd al saio, frate a 32 anni

La vocazione di Luca Refatti, ha preso i voti con i Domenicani

BOLZANO. No, non è stata una decisione improvvisa. La vocazione parte da lontano, segue percorsi inattesi, si nutre negli anni di letture e incontri. Ma poi c'è il momento della svolta. E fra' Luca racconta che quel momento si è verificato una mattina, in Inghilterra, quando aveva 28 anni: «Presi dentro di me la decisione di entrare nell'Ordine dei Predicatori. In quel periodo mi stavo interrogando su cosa volessi fare della mia vita e l'idea della consacrazione religiosa mi ronzava in testa, anche se non sapevo decidermi. Poi leggendo un salmo, cosa che facevo regolarmente andando al lavoro in bus, sono incappato in questo versetto: "Nella giustizia, Signore, vogliono contemplare il tuo volto". È stata come una folgorazione. Ho pensato: "Caspita, è proprio quello che voglio fare: contemplare nella giustizia il volto del Signore". E non ho più avuto incertezze».

Giustizia e fede, le due parole chiavi che si intrecciano nella vita di Luca Refatti. Bolzanino, classe 1979, si è diplomato al Carducci e ha poi studiato Scienze politiche internazionali all'Università di Bologna. Dopo la laurea ha iniziato a girare il mondo per stare a contatto con gli ultimi: tanto i poveri dell'Africa - 9 mesi in uno slum di Nairobi - quanto gli emarginati della società occidentale - educatore in una struttura per disabili a Londra, dipendente del centro di assistenza per tossicodipendenti Binario 7 di Bolzano, sempre senza abbandonare la sua passione per la politica, alimentata da radicate posizioni di sinistra (fino a pochi mesi fa era tesserato del Pd).

Poi l'inizio del cammino vocazionale come frate domenicano: prima a Bergamo, poi in Piemonte (dove a settembre ha fatto professione semplice, diventando fra' Luca), ora a Bologna, dove vive in convento e studia teologia e filosofia («ma ho tenuto molti rapporti a Bolzano!»). Tra tre anni potrà fare professione solenne e impegnarsi nell'Ordine per la vita. Luca Refatti ha scelto una vita diversa: diversa dai modelli dominanti, diversa dalle esperienze dei suoi amici, diversa da chi lo ha accompagnato nel percorso politico.

Se gli si chiede del suo rapporto con la fede e con «gli ultimi del mondo», e su quale dei due aspetti sia prevalente nella sua vocazione, risponde: «Io penso che contemplazione e giustizia siano due facce della stessa medaglia, che è la povertà. La mia relazione con Dio è cresciuta quando ho riconosciuto di mancare in qualcosa senza di lui, cioè di essere povero. E l'esperienza di una risposta amorosa di Dio alla preghiera quasi costringe a rispondere in prima persona alle povertà del prossimo».

E così si arriva ai nove mesi in Kenya. Partito dopo la laurea come «casco bianco» per la Comunità Papa Giovanni XXIII, ha vissuto in una baraccopoli. «Dopo le prime settimane - racconta - sono andato a vivere lungo il torrente dello slum, in una struttura di baracche di lamiera che ospitava ragazzi di strada. Intervistavo le famiglie sostenute dalle adozioni a distanza, sbrigavo un po' burocrazia per la missione, collaboravo con un gruppo di giovani della baraccopoli che aiutava i bambini, davo una mano agli educatori dei ragazzi di strada e, soprattutto, parlavo con la gente».

Quello che gli è rimasto «è soprattutto la speranza e il coraggio delle persone che ho incontrato, delle donne in particolare. Molte di loro sono diventate delle mie eroine, ad esempio Tabitha, che da sola e senza lavoro accudiva 10 bambini: metà suoi, metà di parenti morti di Aids. Mi è rimasto anche la gioia e la voglia di vivere incontenibili dei bambini. Da allora relativizzo molto i miei problemi quotidiani».

Con fra' Luca è difficile non finire a parlare di politica. Un po' per il suo passato di militante Pd (ora ha messo da parte la politica di partito ma, dice, «non ho rinunciato a sentirmi partecipe di quanto accade nel mondo». E sul Pd aggiunge: «Conciliare le tradizioni culturali di sinistra e dei cattolici è una missione difficile ma non impossibile. Semmai il problema è ambire a una base elettorale che superi il 30%...»), un po' per le sue convinzioni di sinistra che lo hanno accompagnato per tutta la vita. E poi perché la definizione di «cattocomunista» prima o poi salta fuori. Ci si scherza su e lo fa anche lui, visto che sulla borsa porta una spilla con Gatto Silvestro e lo slogan «Gattocomunista sempre!».

«Me l'ha regalata un confratello - racconta -. La porto con molto orgoglio e con un po' di autoironia». E così si scopre che anche nei conventi si parla di politica: «Lo si fa con molta cautela per non offendere nessuno, visto che la politica genera sempre discussioni molto accese. I frati si distribuiscono politicamente come il resto degli italiani, e come loro si appassionano, fanno il tifo o si lamentano dei loro rappresentanti... Quello che accomuna i frati non è certo un'ideologia politica, ma la fede in Gesù. Tutte le altre differenze passano in secondo piano. Per questo non mi sento in minoranza nella Chiesa, perché l'appartenenza politica non è un criterio sensato per dividersi e raggrupparsi in fazioni. Il mio modo di vivere la fede e le mie idee politiche si fondano su un comune sottostrato di valori fondamentali, principalmente la solidarietà e l'uguaglianza».

E per credere in questi valori, sorride, «non c'è bisogno di Marx: già san Paolo scriveva che siamo tutti un essere
solo in Cristo. Insomma il fatto che io abbia avuto una militanza politica a sinistra non è un'anomalia rispetto alla mia fede, ma rientra in un percorso personale che percepisco come tutto sommato coerente».

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